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Ana Tollegno
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Cultura :  --- 22/10/2007 8:00:00
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Proviamo a chiedere ad un certo numero di persone se ogni tanto cantano e, se sì, perché lo fanno. Non aspettiamoci risposte certe ed immediate. Ci stupirà la grande diversità delle spiegazioni che ci daranno.



Si canta quando si attraversa un momento felice, anche se fugace. Si canta la canzone del momento che la TV ripropone di frequente e che ti si incolla nella testa davanti ad altri pensieri. C’è chi, sotto la doccia ed al riparo da orecchie indiscrete o in macchina quando è solo, si avventura su brani d’Opera impegnando le corde vocali allo spasimo e chi canticchia stentatamente mal ricordando musica e parole. La vita è anche musica e l’uomo è un essere musicale, perché  legato in qualche modo ad un’esperienza sensuale. C’è che si mette a cantare appena sente altri cantare. E poi c’è chi canta solo in compagnia, perché ne avverte la necessità e non può  farne a meno; alla fine gli sembra di essere contento e di avere fatto la cosa giusta e si sente meglio come se avesse preso una medicina. La scienza medica infatti ha ormai appurato che il canto calma l’ansia, fa sopportare meglio le fatiche del lavoro, corregge i difetti di pronuncia. Il canto in fondo è liberatorio, augurale, sacro ed è una terapia diffusa fin dall’antichità (canta che ti passa!).

L’uomo primordiale cominciò ad imitare il verso degli animali , apprese il canto dagli uccelli e, con il flauto, lo perfezionò sempre di più diventando melodico. Nei secoli la messa a punto dei grandi strumenti musicali fece conoscere l’eccellenza espressiva. Oggi molti ritengono che il pianoforte sia il re di tutti gli strumenti, ma la voce umana rimane ancora il miglior strumento grazie a tutto il nostro corpo che fa da cassa di risonanza per le vibrazioni delle corde vocali ed il canto diventa “armonia”.

Abbiamo mai pensato che cantare è parlare…al rallentatore? Le prime lingue erano sussurrate, fischiate ed anche cantate; alcuni pigmei hanno ancora chiare tracce di canto nel loro parlare. Chi parla con voce monotona, senza enfasi, senza cuore, emette un suono monocorde, certamente poco musicale. Chi si esprime esternando allegria, sdegno, stupore, comprensione,  sentimento e passione già canta con una tessitura musicale; solo che le sue note sono molto brevi. Anche noi, senza saperlo, passiamo la nostra vita all’insegna del “recitar cantando”.

 E l’Alpino che fa? Per lui “felicità è cantare in coro” e lo fa sempre, anche senza sapere che cos’è un bemolle o una chiave di basso, ad ogni occasione, in un teatro gremito o sotto la pioggia (singing in the rain…) aspettando di sfilare all’Adunata, in pullman o in montagna, senza regole di orario e senza solfeggi preliminari, sommessamente o a squarciagola, talvolta disattendendo le attese dei puristi della tradizione alpina ed inventando un “arrangiamento” molto personale. Non ha forse il senso giusto delle pause e degli attacchi; mah, e allora? In trincea i nostri soldati cantavano battendo il ritmo col gavettino ma il risultato doveva essere sconvolgente. Forse l’Alpino non conosce neanche bene il testo del  brano musicale ma, chi se ne importa, lui si mimetizza nel coro emettendo suoni anche a bocca chiusa e si inserisce in pieno quando si ricorda le parole. Se ha una certa dimestichezza con l’altalena delle note musicali, appena qualcuno intona una melodia, gli viene voglia di aggiungerle una terza sopra o una terza sotto, pur sempre non perdendo di vista il capogruppo (pardon, il maestro). Se all’alpino mancasse il canto corale mancherebbe un punto d’appoggio, una stampella, un’ancora. Mi piace l’idea di definirlo “cantore” e non solo cantante, poiché la sua esibizione  è sempre un coinvolgimento emotivo. E il pubblico che ascolta se ne accorge e si lascia trasportare, sogna e soffre, ride e si commuove, ricorda e rimpiange le caserme, le valli, le vette.  Si lascia trasportare da un’onda che, con il poeta, scherza, ammicca, attracca, rifugge, gioca a nascondino, si gonfia, straripa, tracima.

Di recente sulla nostra stampa alpina si è consumato un buon dibattito su questo tema da parte di semplici cantori ma anche di esperti e superesperti, maestri di coro con esperienza quarantennale, musicisti e compositori notissimi (Bepi De Marzi) e musicofili incalliti. La passione nel sostenere certe tesi, anche contrapposte, ha dimostrato l’importanza della materia che va senza dubbio al di là del fatto puramente musicale. Chi ha seguito questi interventi ne ha tratto interessanti spunti di riflessione. Con queste note non voglio tuttavia entrare nel merito dell’indagine tecnica o di ricerca storica che lascio a chi davvero ne ha i titoli per farlo.

Il solista esprime bravura e sentimento. Ma nel coro tutti, dai soprani ai tenori, dai baritoni ai bassi, per portare a termine la fatica musicale in maniera convincente,  hanno bisogno l’uno dell’altro. E’ come se l’uomo si ricordasse di non poter vivere da solo e di dover condividere tutto; anche il canto, dentro al quale si sperimenta la magia di sentirsi amalgamati nell’armonia superiore della musica; un sociologo parlerebbe di aggregazione comunitaria. Da più parti si sente dire che cantare in coro è arte collettiva e che chi canta non è mai cattivo. Qualcuno afferma che non si può cantare se non si è almeno in tre. Alla fine chi ascolta sente una sola voce fatta da molti, senza primedonne. Proprio come avviene normalmente anche  con gli spirituals ed i cori della liturgia.

Credo che una delle esperienze emotive più intense  sta nel vivere un momento solenne, quando ad esempio un coro accompagna il ricordo di qualcuno. Se poi questo qualcuno l’hai conosciuto e l’hai forse apprezzato lo svuotamento interiore è completo. Tu senti cantare la commozione che coinvolge gli umili ed i potenti. Da militare intervenimmo con il coro della compagnia al funerale di un ufficiale di leva morto in un incidente stradale sulla camionetta durante un servizio. Il coro accompagnò con il “Signore delle cime” il momento finale del congedo dei suoi genitori, attorniati dai giovani amici in lacrime. I brividi provati non si descrivono neanche con una Treccani.  In quel momento ti sembra di vivere in un mondo senza tempo, dove non ci si affanna a volere quello che forse nemmeno esiste. Durante la naja se veniva il magone a sentir cantare bastava guardare gli occhi umidi degli altri e non ti sentivi solo. Chissà come doveva essere improvvisare un coro alle Tofane o sui monti della Grecia!

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